Vita e luce

Il 20 gennaio abbiamo avuto l’onore di ospitare Massimiliano Frassi, presidente di Prometeo Onlus, a Borgaretto. Se per chi non c’era e volesse avvicinarsi alla pedofilia e alle storie raccontate da Massimiliano il consiglio è di leggere il suo libro, “Favole di bambini e dei loro orchi”, fare il resoconto della conferenza non è affatto semplice:

Max, come ormai lo chiamavamo tutti a fine serata, ha parlato quasi ininterrottamente per tre ore. Fluido, arrabbiato e determinato, toccato ma non offuscato dal dolore delle storie di donne e uomini, bambine e bambini, mamme e papà, che ha conosciuto in più di vent’anni di attività, ci ha catapultati in un mondo tanto nuovo quanto spaventoso. Ciò che più ha colpito di Max, però, è la luce che si porta dietro, la luce di chi ce l’ha fatta, di chi ha sconfitto il male con la vita, una vita che, come dice sempre lui “è tanta e non va fatta aspettare”.

Le sue parole hanno scoperchiato un vaso di Pandora, hanno rotto quel “si sa, ma possiamo far finta di non sapere”. Ora sappiamo. E non possiamo più fare finta di nulla. Le loro storie tornano nei sogni, affiorano sentendo il pianto di un bambino, emergono guardandoli negli occhi.

Mi viene in mente una puntata di Dr House, il noto telefilm sul medico zoppo e irriverente ma geniale nelle sue diagnosi, durante la quale lui si tagliava o feriva violentemente la mano: così non avrebbe sentito il dolore lancinante, insopportabile, che gli arrivava dalla gamba. Nulla poteva lenirlo. Così pian piano, riaffiorano le immagini della serata. Le storie. Come quella di Francesca. O Federica. Il nome è poco importante, serve ancora a proteggerti. Tu che oggi sei mamma di due bimbi, scappavi dalla coda del supermercato per andare in bagno a tagliarti il corpo, tu che in auto, se sentivi i Pooh o l’odore del suo dopobarba, scappavi in autogrill a tagliarti il corpo. Perché nell’auto, con i Pooh e il suo profumo, venivi violata nel silenzio delle campagne. E tagliarti era l’unico modo per non sentire ancora quel dolore. Penso a te, di soli due mesi. A due mesi non si è ancora usciti dal grembo della propria mamma, non si ha ancora messo piede nel mondo. Eppure quel mondo oscuro, sotto forma di un nonno malato, nel peggior senso della parola, ti ha già violata. Penso alla piccola ma grande donna, che a 86 anni ha avuto il coraggio di raccontarsi. E perdonarsi. Perché uno degli aspetti terribili è la sicurezza di essere colpevoli. Quando il colpevole è un altro.

Così penso alle sedie vuote, in un teatro pieno di passione ed attenzione. Il tema della pedofilia non è scomodo solo perché racconta cose sommerse, non è difficile solo perché parla di abusi sui bambini, non è indigesto solo perché è qualcosa di cui non si vuole sentire parlare. E’ scomodo, scomodissimo, perché ti rimane dentro. E non se ne va più.

Prometeo e la sua voce tonante, Max, portano queste storie in giro per l’Italia e il mondo, ma quello che stupisce di più è che le ascoltano tutte. Sono presenti in primis per loro, per gli abusati. E poi per tutti noi che non sappiamo nemmeno da dove iniziare.

Mi hanno chiesto di rendicontare la serata, ma riesco solo a figurarmi i volti di questi bambini e dei loro aguzzini e l’unica parola che userei per descrivere tre ore di conferenza è normalità: normalità degli abusi, normalità dei pedofili, normalità nel silenzio delle vittime e di coloro che li accompagnano. La mia mente è piena di flash della serata: dal cartello della mamma che chiede che torni il papà a casa, mentre il figlio più piccolo, abusato da quel genitore, è in lacrime appoggiato al grembo di chi dovrebbe solo proteggerlo; al pensiero di quella bambina che per non farsi prendere per bugiarda dalla mamma, registra col cellulare il rapporto sessuale che il padre la obbliga ad avere con lui tutti i pomeriggi. Ho in mente, ben impressa, l’immagine del braccio di Federica o Francesca. E di Robertino. E Tommy. E Stella, anche se non l’abbiamo ancora conosciuta, ma solo sentita nominare.

E allora penso che il rendiconto della serata non può che essere questo: dire agli assenti e ricordare a tutti i presenti, che sono volti, sono nomi, sono persone normali, donne e bambini. Abusati. Maltrattati. Spaventati a morte. Spesso per loro trovare la voce è impossibile, ma mi chiedo: e noi? Che scusa abbiamo?

Michela Caccavo

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